H - IL COMITATO REGIONALE EMILIANO






2.a Parte
Passato prossimo, presente
e futuro... (1960-2000)

Il “Comitato Regionale Emiliano” (1959 - 1981)



La F.I.G.C. rinnovata

Il vasto movimento di riorganizzazione della F.I.G.C. aveva trovato il suo culmine il 30 giugno 1959, giorno in cui il C.O.N.I. approvava il nuovo Statuto Federale mandandolo in vigore il giorno successivo. Il 3 luglio il Commissario Federale, dr. Bruno Zauli, poteva così procedere allo scioglimento del “Consiglio Centrale Dilettanti” ed alla costituzione della “Lega Nazionale Dilettanti”, a capo della quale veniva temporaneamente posto l’ing. Carlo Di Nanni. Entro lo stesso mese di luglio 1959, poi, tutti i Comitati Regionali elessero i propri presidenti i quali, riunitisi a Roma il 2 agosto 1959 nella prima Assemblea Nazionale della L.N.D. (solo a partire dal 1964-65 le Assemblee Nazionali raccolsero anche i rappresentanti di tutte le società del settore), all’unanimità chiamarono l’ing. Ottorino Barassi alla presidenza della neonata Lega. Quel giorno fu eletto anche il primo Consiglio Direttivo, allora composto di soli otto membri, tra i quali si trovava anche l’avv. Renzo Lodi, non dimenticato presidente emiliano del dopoguerra, Consigliere Nazionale e collaboratore di Barassi stesso. Il 29 agosto 1959, ad un anno esatto dal suo insediamento, Bruno Zauli poteva dichiarare terminato il suo compito e passare le consegne al nuovo Presidente Federale, l’avv. Umberto Agnelli. La F.I.G.C. aveva cambiato aspetto: erano nate le nuove Leghe (Professionisti, Semiprofessionisti e Dilettanti), le nuove organizzazioni arbitrali (C.A.N., C.A.S.P. e C.A.R.) nonché il nuovo “Settore Giovanile”, al posto della cessata Lega Giovanile, con il preciso compito di gestire i campionati per calciatori fino ai 18 anni.
L’obbiettivo principale, mancato dalle precedenti riforme, sembrava questa volta essere stato raggiunto: la creazione di stabili e funzionali strutture sia organizzative che agonistiche, entro le quali il calcio italiano potesse crescere ed adeguarsi alle nuove esigenze che i tempi richiedevano. In realtà molto restava da fare, come sarà ampiamente dimostrato dalle delusioni cui andrà incontro soprattutto la Nazionale nei primi anni ’60.

La “Lega Nazionale Dilettanti”


Nonostante alcune buone premesse, i primi passi del nuovo organo dilettantistico italiano furono tutt’altro che facili. Uno dei primi atti del Consiglio Federale era stato quello di attribuire alle tre Leghe un’ampia autonomia, che per i Comitati Regionali si traduceva nella possibilità di demandare alla L.N.D. la gestione di alcune problematiche fino ad allora gravanti direttamente sulle vecchie Leghe Regionali. Tuttavia due impopolari provvedimenti avevano scombussolato i piani di molte società: nel settembre 1959, praticamente senza preavviso, la Presidenza Federale aveva vietato l’utilizzo di denominazioni sociali a “scopo chiaramente reclamistico” in qualunque settore dell’attività agonistica, poiché si intendeva che le società calcistiche dovessero rappresentare veri e propri gruppi o sezioni sportive. Qualche mese prima, inoltre, le società del settore dilettantistico si erano viste trasformare il “vincolo” sui giocatori da vitalizio a triennale.
Queste misure, controproducenti ed in apparenza incomprensibili, traevano origine da un malinteso sforzo di adeguare anche in Italia il concetto di dilettantismo a quello già sancito anni addietro dalla F.I.F.A., l’organizzazione calcistica mondiale. Si aggiunga a ciò il tentativo di imporre anche da noi un modello di dilettantismo “anglosassone”, trasformando la L.N.D. in una sorta di compartimento stagno privo di ricambio automatico con gli altri settori mediante i consueti meccanismi di promozione e retrocessione.


Per sua fortuna la L.N.D. aveva ricevuto in dote un grande personaggio: Ottorino Barassi. Già presidente della F.I.G.C. per quasi quindici anni, Barassi si trovava ora a capo, per singolare ironia, di un ente del quale appena pochi anni prima aveva ufficialmente negato la necessità. Il passaggio alla Lega Dilettanti, all’epoca tradotto dai più come sintomo di declino, fu invece inteso nel migliore dei modi dall’ex-Presidente Federale, provvisto di un’inestimabile patrimonio di esperienza e di capacità. Messosi subito all’opera, con una serie di stringenti ragionamenti dimostrò come la perdita del vincolo vitalizio sui giocatori e l’assenza di promozioni al settore semiprofessionistico di fatto togliessero i due principali scopi di esistenza delle società minori, la cui funzione, vitale per il nostro calcio, era l’allevamento di giovani atleti da valorizzare e poi cedere. Nemmeno i piccoli sodalizi potevano accontentarsi di vivere per il puro ideale sportivo, dal momento che, abolito come si è visto anche il ricorso agli sponsor, non sarebbero certo bastati i magri incassi domenicali a far quadrare i bilanci. Grazie all’autorevole opposizione di Barassi, nel giro di due anni il famigerato “vincolo triennale” fu soppresso e ripristinato quello “a vita”, così come fu eliminato ogni ostacolo alla salita in Serie D delle società vincenti i campionati regionali. Contemporaneamente anche i marchi pubblicitari rientrarono a far parte delle denominazioni sociali, sia pure per le sole squadre dilettanti ed in forma opportunamente regolamentata. Ottorino Barassi non si fermò qui: rilanciò l’idea di una Coppa Italia per le squadre del settore, di un ampliamento del “Torneo delle Regioni”, che muoveva allora i primi passi, e ribadì con forza che il settore dilettantistico rimaneva il fondamentale serbatoio di preparazione e selezione dei giovani atleti per le serie superiori. In tale ottica va senz’altro menzionato il promettente sviluppo a livello nazionale dei Nuclei di Addestramento Giovani Calciatori (N.A.G.C.), ideati nel 1955 allo scopo di impartire ai ragazzi dai 10 ai 14 anni una istruzione tecnica di base, portandoli così preparati all’età minima prevista per il tesseramento (all’epoca appunto 14 anni, in seguito ridotta a 12). Fu questo il primo provvedimento che la F.I.G.C. aveva adottato al profilarsi di quella crisi già descritta nei capitoli precedenti. Dai primi 10 nuclei istituiti in tutta Italia nel 1955 (Modena fu prescelta come sede sperimentale nella nostra regione) si era passati ai 20 del 1959, poi ai 262 del 1961, con oltre 10.000 ragazzi iscritti, già raddoppiati di numero l’anno successivo. In Emilia Romagna i N.A.G.C. erano 24 con 877 giocatori (1. gennaio 1961), cifre ragguardevoli per i tempi e superate solo da Lazio e Piemonte.

I campionati regionali tornano all’antico


Contrariamente a quanto accaduto per altri settori, dove le novità non erano certo mancate, in ambito regionale si era assistito ad un “ritorno alle origini”, cioè ai più vecchi organismi calcistici esistiti: i Comitati Regionali, risorti come si è visto il 3 luglio 1959 dopo un’assenza dalla scena sportiva di ben 33 anni.
Anche per i campionati si era optato per gli antichi nomi risalenti a mezzo secolo prima: dal 1959-60 il massimo campionato regionale fu denominato 1.a Categoria, e dava diritto alle vincenti (una per regione) di accedere ai semiprofessionisti. Si è visto come, grazie anche al presidente Barassi, si fosse scongiurato il pericolo di vedere erigere quello sbarramento tra settori ventilato durante il “lodo Zauli”, che avrebbe consentito ai dilettanti di concorrere non per la promozione alla serie superiore, bensì soltanto per il titolo di campione Nazionale nel cosiddetto “Trofeo Arpinati”, giocato in effetti per cinque edizioni.
Secondo gradino dei tornei regionali di quegli anni era la 2.a Categoria, che non aveva retrocessioni, ma solo promozioni alla 1.a Categoria. La 3.a Categoria, invece, affidata ai neonati Comitati Provinciali retti da un Commissario, continuava a rimanere isolata e saltuaria; né era ancora previsto che le vincenti passassero alla categoria superiore, essendo in definitiva possibile, per le società nuove affiliate, cominciare i campionati direttamente dalla 2.a Categoria, e questo per la cronica carenza di squadre a livello provinciale e per l’ancora insufficiente situazione impiantistica sportiva in diverse regioni italiane.


E’ interessante segnalare nel 1959 l’accordo tra la F.I.G.C. e la giovanissima Federazione Calcio Sammarinese, che consentì per la prima volta ai clubs della Repubblica del Titano di iscriversi ai campionati italiani, precisamente a quelli del nostro Comitato Regionale. Subito si avventurò nella 2.a Categoria emiliano-romagnola una società dal pittoresco nome di Libertas Tre Penne, cambiato l’anno seguente in Serenissima, antenata dell’attuale A.C. San Marino. Nel 1961 si iscrisse anche la Juvenes di Serravalle, ad accrescere la simpatica dimensione internazionale dei tornei del C.R.E.

La rivincita di Gustavo Zini


Ritorniamo al 26 luglio 1959, giorno in cui, terminato il “purgatorio” della gestione commissariale, le società emiliano-romagnole convocate a Bologna per l’Assemblea straordinaria dovevano costituire il nuovo Comitato Regionale Emiliano. L’assemblea confermò pressoché in blocco i membri già temporaneamente esclusi da Zauli l’anno precedente, risultando pertanto il C.R.E. così composto: Presidente: M° cav. Gustavo Zini; consiglieri: p.i. Corrado Gotti, dr. Giorgio Costa, cav. Bruno Sacchi, Guido Quarantini (che però scomparve prematuramente appena quattro mesi dopo, il 27 novembre 1959). A norma di statuto, poi, il 31 luglio Zini nominò Gotti vice-presidente e Costa segretario. Nei mesi successivi i quadri del Comitato andarono via via completandosi, con i due collaboratori Ivo Franceschi e Mario Piccinini ed il Fiduciario Tecnico Regionale Alberto Stagni. Il 23 settembre poi si insediò la Commissione Giudicante (nominata dalla Presidenza Federale il giorno 10), di cui facevano parte illustri personaggi quali Enrico Sabattini (presidente), Dante Guazzaloca e Giovanni Fornari (membri effettivi), Gualtiero Veronesi e Vito Addari (membri supplenti). Manlio Moratelli sostituì Dino Castelvetri nel ruolo di Commissario Arbitri Regionali (C.A.R.), avendo dal 19 dicembre 1959 come vice-commissari Giovanni Gonani e Goffredo Battistoni. Decaduti poi i Commissari Provinciali nominati da Bruno Zauli, ed in attesa che venissero chiaramente definiti i compiti e le attribuzioni degli organi provinciali e locali della F.I.G.C., la Presidenza Federale provvide il 1. ottobre 1959 alle nuove designazioni, confermando Bruno Generali a Modena, Ivo Rinaldi a Reggio Emilia e Valdo Franceschi a Parma, e nominando ex-novo Gino Farri a Bologna, Mario Tavolini a Ferrara, Giuseppe Nivellini a Ravenna, Alvaro Bentivogli a Forlì e Marzio Schena a Mantova, tutti nella veste di Commissario Provinciale. Il compito di questi ultimi fu inizialmente piuttosto arduo, per le già menzionate difficoltà a livello locale, tanto che per il 1959-60 in nessuna provincia fu possibile avviare un campionato di 3.a Categoria (solo a Ferrara e Ravenna si potè ripiegare su un torneo “riserve”). Di ciò non mancò di lamentarsi Gustavo Zini nel 1960, al termine della prima stagione del nuovo Comitato Regionale, auspicando a tal fine un maggiore impegno soprattutto da parte dei dirigenti delle società minori. In quella occasione, poi, il presidente non potè trattenersi dal prendere una piccola rivincita personale definendo il campionato 1959-60 come quello del “ritorno alla legalità” (sic!), e rendendo noti i buoni risultati agonistici ed economici del nuovo corso. Bene erano andati i campionati di 1.a e 2.a Categoria, che avevano visto in lizza rispettivamente 64 squadre in quattro gironi e 114 squadre in nove gironi. E’ interessante però notare come Zini fosse allarmato per un presunto peggioramento della situazione disciplinare, dato il vistoso incremento delle sanzioni a carico di giocatori e società. Egli aveva confrontato le risultanze della stagione terminata (1959-60) con quelle dell’ultima da lui gestita (1957-58), non avendo il Commissario Regionale ritenuto opportuno compilare una relazione al termine del suo mandato (1959).


A Zini era così sfuggito un fondamentale particolare: due anni prima la Commissione Giudicante non esisteva ancora, mentre nel campionato appena trascorso aveva potuto esplicare al meglio le sue funzioni, per cui piuttosto che di indisciplina era forse più logico parlare di aumentata efficienza della giustizia sportiva!

I rapporti con C.S.I., U.I.S.P. e campionati provinciali


Lo sviluppo in profondità dell’organizzazione periferica provinciale, come auspicato dalla Lega Nazionale Dilettanti, fu reso possibile solo grazie alle nuove convenzioni con C.S.I. e U.I.S.P., sottoscritte a Roma il 3 giugno 1960 per regolare i rapporti dei due Enti con la Federazione Italiana Giuoco Calcio.
Esse si ispiravano in buona parte alle preesistenti convenzioni del 1957, ma con una fondamentale differenza: l’art. 6 prevedeva infatti che l’attività svolta da squadre con giocatori di età superiore ai 18 anni potesse essere organizzata solo dalla F.I.G.C., stabilendo che le società degli Enti di propaganda che partecipavano a tale attività sarebbero state considerate affiliate alla F.I.G.C. a tutti gli effetti. I Comitati Regionali della Lega Dilettanti avrebbero potuto comunque delegare ai Comitati Provinciali di C.S.I. e U.I.S.P. l’organizzazione parziale o totale dei campionati di 3.a Categoria, anche senza la partecipazione di formazioni “pure” della F.I.G.C., fermo restando che tali tornei di norma non davano luogo a promozioni.
Le convenzioni andarono in vigore con la stagione 1960-61, il che consentì a tutte le otto province emiliane di organizzare il campionato di 3.a Categoria; però solo a Modena il Commissario Provinciale della F.I.G.C. lo potè gestire direttamente, altrove la gestione fu affidata agli Enti di propaganda. Nel corso del 1962, poi, la Federazione completò la “manovra” in modo un po’ spregiudicato, non delegando più l’organizzazione della 3.a Categoria, ma viceversa obbligando le società di C.S.I. e U.I.S.P. che volevano disputare tale campionato ad affiliarsi unicamente alla F.I.G.C., in tal maniera consentendo loro di iscriversi direttamente perfino alla 2.a Categoria. Ciononostante, nel 1961-62 in Emilia soltanto i Comitati Provinciali di Bologna, Modena e Ferrara avviarono e curarono in modo autonomo il torneo di 3.a Categoria, destinato ad estendersi progressivamente anche nelle restanti province solo sul finire degli anni ’60. A dimostrazione che non tutti i problemi erano stati risolti con le convenzioni di Roma, queste ultime furono in seguito più volte denunciate o sospese unilateralmente dall’una o dall’altra Federazione, le cui reciproche incomprensioni continuarono ad ostacolare il pieno sviluppo dei campionati di “base” ancora per diverso tempo.

Vittoria dell’Emilia nel “Torneo delle Regioni”


Il consuntivo generale della stagione 1960-61 fu altamente positivo per il nostro Comitato: ancora una volta il risultato economico diede un largo margine di utile, il che permise di mantenere inalterato il contributo a favore delle società. Fiore all’occhiello di quell’anno fu comunque la vittoria della rappresentativa dell’Emilia al “Torneo delle Regioni” (Trofeo “G. Zanetti”), che si concretò con quattro vittorie su quattro incontri di sputati: 2-0 al Trentino il 18 marzo e 1-0 al Friuli Venezia Giulia il 19 marzo (entrambe a Portogruaro); poi: 3-1 alla Sicilia il 30 aprile (a Ostia, con reti di Guaraldi, Vernizzi e Francesconi), ed infine la vittoria sulla Liguria conseguita nella finalissima del 1. maggio 1961 allo stadio Flaminio di Roma.



Ecco il dettaglio completo dell’ultima gara:
EMILIA - LIGURIA 1-1 d.t.s. (rigori : 4-2)
Reti: Ciotti 21' p.t. (L), Guaraldi 24' s.t. (E).
Rigori: Vernizzi, Prunelli, Forghieri e Francesconi (E); Paltrinieri e Bodrato (L).
Rappresentativa Emilia: Uccelli (Carpi), Turrini (Viadanese), Bastia (Vignolese), Forghieri (Carpi), Pedroni (Sassuolo), Patrignani (Riccione), Guaraldi (Bondenese), Brunelli (Alfonsinese), Pasi (Russi), Francesconi (Russi), Vernizzi (Carpi).
Facevano parte della selezione anche il portiere Bonetti (Vignolese), il difensore Javarone (Pro Lugo), gli attaccanti Tomasi (Libertas Don Bosco di Comacchio), Emiliani (Cesenatico), e Orsi (Salus di Bologna).

Allenatore ed artefice di quella che fino a oggi è rimasta l’unica nostra vittoria dell’ambìto trofeo fu Guglielmo Giovannini, indimenticato giocatore del Bologna e della Nazionale azzurra, che in seguito ebbe anche incarichi federali di prestigio (fu responsabile della rappresentativa di Serie C), e che purtroppo scomparve prematuramente nel 1990. La “stella” della nostra formazione nel 1961 era l’attaccante Fulvio Francesconi del Russi, classe 1944, poi a lungo protagonista in Serie A e B con Como, Roma, Sampdoria, Catania e Reggiana. Un altro attaccante di quella squadra, Giorgio Vernizzi del Carpi, l’anno seguente fu convocato nella Nazionale della Lega Dilettanti insieme ad altri tre nostri calciatori.

Il riassetto dei campionati e della giustizia sportiva


Non si era praticamente ancora spenta l’eco delle riforme varate da appena due anni che già nel 1961 si cominciò a parlare nuovamente di una modifica ai campionati regionali. In effetti il loro ordinamento, concepito durante la gestione commissariale del 1959, conteneva alcune imperfezioni: in particolare la disuguale densità del movimento dilettantistico nelle varie zone d’Italia portò ben presto a forti pressioni sulla 1.a Categoria nei Comitati Regionali più sviluppati che tuttavia, al pari di quelli meno consistenti, potevano trovare sbocco ogni anno solo in un’unica, insuffi ciente promozione al settore semiprofessionistico. Si disse quindi che, così come la riforma promossa nel 1952 da Barassi era stata “settentrionalista”, perché concedeva diversi vantaggi alle zone numericamente ed economicamente meglio provviste di società (quelle del Nord Italia appunto), la riforma di Zauli era stata “meridionalista”, in quanto a fronte di una evidente disparità di organico a sfavore delle regioni del Centro-Sud, nondimeno queste ultime portavano alle serie superiori lo stesso numero di squadre delle regioni del Nord.
Nel 1961-62 vi era stato in Lombardia, la regione più sacrificata da quell’ordinamento, un tentativo di creare almeno una “serie di Eccellenza” regionale; la Lega Nazionale Dilettanti, pur bocciando l’esperimento, ritenne comunque opportuno sfoltire la 1.a Categoria, rialzando il vertice della “piramide” dei campionati soprattutto in quei Comitati Regionali dove il movimento di base si era sviluppato molto più che altrove.
Dopo i primi entusiasmi, anche in Emilia ci si era resi conto che la 1.a Categoria con 64 squadre era non solo sproporzionata, ma addirittura dannosa per le società stesse, alcune delle quali affrontavano questo torneo senza esservi adeguatamente preparate (non si dimentichi che bastava iscrivere una squadretta rionale in 2.a Categoria, vincere un campionato magari di sole 18 partite, e si era già arrivati alle soglie del calcio nazionale...). Le diffi coltà aumentarono dal 1963, avendo la Lega Nazionale Dilettanti drasticamente tagliato di oltre il 50 % i contributi alle società di 1.a Categoria per spese arbitrali e per migliorie agli impianti sportivi.



Nel 1962 la L.N.D. decise dunque la riduzione progressiva in tutta Italia dell’organico di 1.a Categoria, con lo scopo sia di una maggiore qualificazione tecnica di questo torneo, sia di assecondare un più vasto progetto di riforma che prese corpo tre anni dopo. Infatti sul finire del 1965 fu definito l’imminente allargamento della Serie D da 108 a 162 compagini, reso possibile soprattutto dall’accresciuta maturità tecnica ed organizzativa delle società del settore dilettanti. Contemporaneamente nei Comitati Regionali meglio dotati di squadre sarebbe stato avviato il nuovo campionato di Promozione, interposto tra la 1.a Categoria e il settore semiprofessionistico. La nuova struttura sarebbe stata operativa dalla stagione 1967-68.
Il Comitato Regionale Emiliano si adeguò gradualmente alle novità, portando da quattro a tre i gironi di 1.a Categoria nel 1962-63, nonostante la L.N.D. chiedesse addirittura di ridurli subito a due. Solo grazie ai buoni uffici del presidente Gustavo Zini i gironi restarono tre fino al 1965-66, per diventare infine due dal 1966-67, come decisero le società stesse nella riunione del 29 agosto 1965. A precisare ulteriormente il compito di “vivaio” nazionale attribuito ai campionati dilettanti, nel 1965-66 furono introdotte per la prima volta limiti di età per gli atleti schierati nelle gare della 1.a Categoria: ammessi solo due giocatori oltre i 26 anni, pur con l’eccezione dei cosiddetti “fuori-quota”, detti poi “fedelissimi”, cioè di quei tesserati che appartenevano alla stessa società da almeno quatto stagioni, e per i quali il limite non vigeva. L’obbiettivo più immediato era di costringere le società a mantenere come “serbatoio” per la prima squadra anche formazioni giovanili, per le quali invece sembrava esservi una diffusa allergia solo in parte giustificata da carenze economiche ed impiantistiche. Successivamente (1967-68) nel nuovo campionato di Promozione vennero consentiti dapprima sei, poi cinque e infine (1972-73) quattro giocatori ultra-ventiseienni, anche se negli anni a seguire questi limiti furono periodicamente ritoccati.
Ritorniamo alla nostra regione, dove a metà degli anni ’60 si era registrata la notevole crescita della 2.a Categoria. In ascesa più lenta, invece, la 3.a Categoria, nonostante la nascita del sub-Comitato di Finale Emilia (istituito già nel 1958 per la Lega Giovanile e con una propria Sezione Arbitri; nel l’ottobre 1964 iniziò anche l’attività per i dilettanti, commissario Moritz Galei) e del Comitato di Faenza nell’ottobre 1965, affidato al prof. Luigi Zappi che era stato tra i fondatori dell’U.L.I.C. in Romagna circa quarant’anni prima. Proprio nel 1964-65 si tentò per la prima volta di instaurare stabilmente il meccanismo promozione-retrocessione tra la 2.a e la 3.a Categoria. Si ebbero così le prime squadre ufficialmente promosse: Bibbiano (C.P. Reggio Emilia), Medesanese (C.P. Parma), “Otello Putinati” (C.P. Ferrara), Quattroville (C.P. Modena) e Medollese (sub-Com. Finale Emilia). Tuttavia il fatto che solo cinque Comitati organizzassero la 3.a Categoria rendeva inefficaci le retrocessioni dalla 2.a Categoria, tanto che per altre due stagioni il C.R.E. fu costretto a lasciare libera l’iscrizione indifferentemente all’uno o all’altro di questi due tornei.


Dal 1966-67, raggiunto il prescritto numero di società affiliate, tutti i Commissari divennero presidenti provinciali, e dall’anno dopo si potè iniziare la disputa della 3.a Categoria in tutte le nostre province, diventando finalmente i Comitati Provinciali e Zonali (questi ultimi denominati anche “Locali”) l’effettiva “porta di ingresso” dei campionati. Cambiava nel frattempo anche la struttura della giustizia sportiva regionale: nel 1964-65 la Commissione Giudicante prendeva il nome di Commissione Disciplinare (non ne aveva però le odierne funzioni), mentre a partire dal 1967-68 fu istituita la figura del Giudice Sportivo anche per i campionati dilettanti. In pari tempo la Commissione Disciplinare assumeva i compiti che a tutt’oggi svolge: la disamina dei reclami presentati in seconda istanza da tesserati e società sia regionali che provinciali. Al C.R.E. questi mutamenti avvennero in parte nel segno della continuità: il primo Giudice Sportivo fu Enrico Sabattini, già a capo della Commissione Giudicante fin dal 1959. Sabattini rimarrà in carica fino al giorno della sua morte, il 7 gennaio 1973, dopo ben 54 anni dedicati allo sport emiliano, straordinario ed invidiabile traguardo che ben pochi possono vantare. La presidenza della nuova Commissione Disciplinare fu invece affidata all’avv. Walter Villa, con Manlio Moratelli, Vincenzo Zanni e Mario Tramontani nel ruolo di membri effettivi.

“Coppa Italia” e “Promozione”


Uno degli strumenti di cui la Lega Dilettanti si servì per promuovere i contatti interregionali non soltanto tra zone limitrofe, ma su tutto il territorio nazionale fu la Coppa Italia, istituita a partire dalla stagione 1966-67 con lo scopo di accrescere l’esperienza delle squadre regionali dando loro la possibilità di trovarsi poi più preparate nell’evenienza di una promozione al settore semiprofessionistico. La manifestazione, disputata con formula tipo “Coppe Europee”, ebbe un successo immediato. Nella terza edizione (1968-69) una nostra società, la Parmense, sfiorò il titolo soccombendo soltanto nella finalissima di Roma contro l’Almas. Le squadre del C.R.E. dovranno pazientare per altri 26 anni... Dal 1967 anche i campionati regionali emiliani avevano assunto una fisionomia definita e stabile, non più variabile secondo il numero di squadre partecipanti. Fissati in due i gironi di 1.a Categoria, portati da quattordici a otto quelli di 2.a Categoria, dove per la prima volta furono previste le retrocessioni in 3.a Categoria, restava da compiere l’ultimo passo: defi nire le modalità di avvio del nuovo campionato di Promozione. Nel 1967-68 questo torneo era stato introdotto sperimentalmente nei due C.R. più affollati, quello Lombardo e quello Campano, riscuotendo un tale successo che la Lega Dilettanti decise subito di estenderlo a tutti i Comitati con almeno 150 società iscritte. Nonostante il C.R.E. rientrasse già ampiamente in questo limite, esso fu però tra gli ultimi ad attuare il provvedimento, rinviandolo di due anni poiché giustamente si ritenne necessario adeguare prima strutture ed organici (collaboratori, dirigenti, personale amministrativo, arbitri) allo sforzo che avrebbe richiesto il passaggio dei campionati regionali da 144 a 200 squadre, con un incremento delle gare pari ad oltre il 35%


Sulla maturità del nostro calcio regionale non vi era comunque il minimo dubbio, visto anche il “saldo” positivo del decennio 1960 - 1970 tra il C.R.E. ed il settore semiprofessionistico, con ben 17 squadre promosse in Serie D a fronte di 9 soltanto che ne erano ritornate. In sostanza la nostra regione aveva guadagnato nei tornei a base nazionale quasi una società all’anno, percentualmente la miglior prestazione tra tutti i Comitati della L.N.D. negli anni ’60. Nel corso del 1969-70, frattanto, era andato in vigore su tutto il territorio nazionale il “Regolamento Sanitario” della F.I.G.C., varato dalla Presidenza Federale con il preciso scopo di tutelare al massimo il principale patrimonio delle società, cioè gli atleti. Il “Regolamento” imponeva per la prima volta che chiunque svolgesse attività agonistica sotto l’egida della F.I.G.C. fosse sottoposto a preventiva visita medica per accertarne la piena idoneità fisica, mentre in precedenza tale obbligo vigeva solo per i giocatori di età superiore ai 32 anni. La Lega Dilettanti dispose pertanto la nomina presso ogni Comitato Regionale di un Medico Fiduciario che fungesse da riferimento per tutti i tesserati. In Emilia fu prescelto il dr. Orlando Iaboli, già distintosi fin dal 1956 nel Settore Giovanile come accompagnatore delle nostre squadre di rappresentativa e come dirigente provinciale e regionale, in seguito anche come vice-presidente nazionale del Settore. Iaboli è stato poi premiato con la “Stella d’Oro al Merito Sportivo” del C.O.N.I. ed è a tutt’oggi Dirigente Benemerito della F.I.G.C.

Dall’”austerity” al “boom”


Con il 1970-71, dunque, in Emilia Romagna prese le mosse il nuovo ordinamento dei campionati: due gironi di Promozione (che equivalevano al passaggio di due società alla Serie D), quattro di 1.a Categoria, otto di 2.a Categoria e venti di 3.a Categoria, questi ultimi in ulteriore crescita. Nel 1972-73, compresa l’Attività Ricreativa e quella dei 10 Comitati Provinciali e Zonali, il numero di partite complessivamente disputate in regione superò la quota-record di 5.000, con 422 società affiliate, 23.000 tesserati e 770 arbitri. Una vera e propria escalation che in soli dieci anni aveva più che raddoppiato il movimento calcistico emiliano-romagnolo. Per contro la stagione 1973-74 si annoverò come forse la più difficile del dopoguerra, mettendo a dura prova l’intera struttura del calcio dilettantistico. La cosiddetta austerity, decretata dal governo per fronteggiare la crisi petrolifera conseguente al conflitto arabo-israeliano, investì drammaticamente i campionati nel dicembre 1973, e solo l’abnegazione ed il sacrificio di tutti gli addetti, dirigenti, calciatori, arbitri e commissari, impedirono ai tornei di fermarsi. Infatti per molte settimane gli spostamenti domenicali furono consentiti solo con i mezzi pubblici, di cui peraltro molti piccoli paesi erano e sono tuttora sprovvisti. Raramente come in questa occasione il calcio dilettantistico, sia della nostra regione che nazionale, diede una così chiara prova di vitalità e resistenza. A conferma di ciò, e nonostante varie difficoltà di altro genere, in Emilia Romagna la crescita delle società provinciali continuava inarrestabile: nel solo triennio 1974 - 1977 esse aumentarono di ben 100 unità (+ 40 % !), e di altre 68 all’inizio del 1977-78, il che portò ad un totale di 632 società affiliate (erano 350 appena otto anni prima...). Lo sviluppo riguardava anche la 1.a e 2.a Categoria, dove molti sodalizi, già maturi per un passaggio alla serie superiore, mordevano il freno a causa del ridotto numero di promozioni disponibili. La vivacità del calcio del nostro Comitato trovava precisi riscontri anche fuori regione. Il Torneo delle Province, competizione nazionale nata nel 1969-70 come “vetrina” per le rappresentative dei Comitati Provinciali, vide a Roma il 27 giugno 1976 la prestigiosa affermazione finale di Mantova, vittoriosa su Firenze ai calci di rigore dopo l’1-1 sul campo. Eccellente anche la prova emiliana al Torneo delle Regioni (Trofeo “O. Barassi”) del 1977, quando la selezione del C.R.E. guidata dal prof. Guido Corni giunse l’11 aprile alla finalissima di Falconara Marittima, cedendo alla forte squadra del Veneto soltanto nei tempi supplementari (1-3) perché decimata da infortuni.


Campionati più larghi


Questa dimostrazione di forza sportiva, accompagnata da pressanti istanze delle società nonché da considerazioni di ordine economico ed organizzativo, indussero il Consiglio Direttivo del C.R.E. a studiare una ulteriore ristrutturazione dei campionati, di concerto con quanto già si stava definendo in ambito nazionale. Qui nel 1978 la Serie C fu sdoppiata in C/1 e C/2, accanto alle quali rimase per tre anni una Serie D ridotta da nove a sei gironi (tre di essi erano infatti andati a costituire una parte della nuova Serie C/2). Nel 1981 la nota Legge 91 sullo sport decretò la fine del semiprofessionismo, e con esso della Serie D, sostituita dal campionato Interregionale. Nel frattempo la L.N.D. aveva deciso nel 1976-77 di trasferire ai Comitati Provinciali l’attività dei calciatori cosiddetti Juniores (16 - 18 anni), sottraendola così al Settore Giovanile, e ciò nell’ottica di stimolare ulteriormente tutti i clubs all’allevamento in proprio di giovani atleti. Giustificata quindi, nel complesso, l’apprensione con cui il Comitato Regionale Emiliano annunciò nell’estate 1977 l’allargamento dei campionati di Promozione, 1.a e 2.a Categoria e l’istituzione di un torneo regionale denominato “Coppa Emilia”, tutto a partire dal 1978-79. Infatti, pur ottenendo a beneficio delle società la soddisfazione delle loro aspettative e una leggera riduzione degli oneri economici, il C.R.E. dovette fronteggiare in qualche modo l’aumento di circa 1.000 gare annue (pari al 30 % per le sole categorie maggiori), fonte di iniziali inconvenienti poi sanati gradualmente mediante il rinforzo del numero di collaboratori sia nell’ente regionale che in quelli provinciali e locali. Anche il risultato agonistico della prima stagione ad organico ampliato lasciò a desiderare, essendo emerso sia pure in modo contenuto quello scadimento tecnico dei campionati paventato dallo stesso presidente Zini alla vigilia della riforma. Una vistosa conseguenza negativa fu il ripristino, nel campionato di Promozione, delle temute finali tra le vincenti dei tre gironi per l’accesso alla Serie D, dove proprio dal 1978-79 il numero di posti disponibili per le squadre provenienti dal settore dilettanti era addirittura sceso da 27 a 24. E al Comitato Regionale Emiliano era stato assegnato un solo posto, tornandosi in pratica alla situazione di quindici anni prima!
Nel 1981-82 nacque il campionato Interregionale con dodici gironi, e alla nostra regione furono restituite due promozioni, ma nemmeno allora il problema delle finali fu eliminato, trascinandosi per oltre un decennio fra polemiche e recriminazioni; clamoroso il caso del 1986-87, quando tutte e sei le gare di qualificazione si chiusero in parità, e si dovette ricorrere ad un crudele sorteggio per escludere una delle tre finaliste...



Da menzionare, in questo periodo, un primo tentativo di decentramento effettuato dal Comitato Provinciale di Parma, a cui in via eccezionale fu affidato per il 1979-80 anche un girone di 2.a Categoria. Nonostante l’oggettiva riuscita dell’esperimento ed il dichiarato gradimento delle società, la cosa fu giudicata troppo... avveniristica e rimase senza seguito. L’anno seguente sempre il C.P. di Parma si segnalò per la prestigiosa vittoria nazionale nel Torneo delle Province, ottenuta il 12 giugno 1981 ad Albino (BG) contro la pari rappresentativa di L’Aquila (4-0), dopo una maratona di ben otto gare. Ricordiamo che sul finire degli anni ’70 il Comitato fu colpito da alcuni dolorosi lutti. Il 14 aprile 1976, all’età di neppure settantaquattro anni, scomparve Corrado Gotti, “fedelissimo” di Gustavo Zini e segretario per ben ventuno stagioni del nostro organo regionale, di cui faceva parte da trent’anni. Gli successe il cav. Dino Castelvetri, già arbitro federale dal 1936, poi nel dopoguerra dirigente di Lega Giovanile e Fiduciario Regionale Arbitri. Purtroppo di lì a poco (6 marzo 1978) anche Castelvetri doveva mancare in modo improvviso e prematuro. Il 15 giugno 1977 era invece deceduto il cav. Alberto Stagni, pioniere del Comitato Regionale Emiliano, in cui era entrato nel 1922 ad appena 23 anni, divenendo in seguito membro del Direttorio VII. Zona nel 1934, della Lega Regionale nel 1945, della Lega Giovanile emiliana nel 1949, Commissario Speciale per gli arbitri dal 1950 circa, Fiduciario Tecnico Regionale dal 1952 al 1960, Ispettore Revisore della Lega Nazionale Dilettanti dal 1959 al 1971 e Ispettore della F.I.G.C. dagli anni ’50 in poi. Pur senza mai ricoprire incarichi di vertice, la collaborazione di Alberto Stagni con la Federazione risultò dell’eccezionale durata di 55 anni, superiore anche a quella del già menzionato Enrico Sabattini, il quale peraltro durante il “ventennio” si era limitato all’attività societaria con il Bologna.
Infine l’anno 1979 venne funestato dalla scomparsa del cav. uff. Manlio Moratelli (14 gennaio) e dell’avv. Leo Gattamorta (11 febbraio), il primo già arbitro di ottimo livello in Serie B, poi dirigente arbitrale benemerito, componente e presidente della Commissione Disciplinare dal 1968; il secondo consigliere del C.R.E. dal 1960, dirigente benemerito della F.I.G.C. e per anni Giudice Sportivo al Comitato Provinciale di Forlì.