Tennis

Allarme Djokovic alla fine della partita, la situazione si è fatta critica

Djokovic durante il match del Roland Garros con Perricard
Allarme Djokovic alla fine della partita, la situazione si è fatta critica - Figc-dilettanti-er.it (Youtube Eurosport Italia)

Novak Djokovic ha vinto, e già questa sarebbe una notizia normale solo per chi guarda il risultato senza aver visto davvero la partita. Perché il debutto al Roland Garros contro Giovanni Mpetshi Perricard è stato tutto tranne che una passeggiata, soprattutto all’inizio, quando il serbo si è ritrovato dentro un match sporco, nervoso, complicato più nella testa che nelle gambe.

Il dato resta enorme: con questa presenza Djokovic è salito a 82 partecipazioni negli Slam, superando Roger Federer e Feliciano Lopez, fermi a 81. Un record di longevità pazzesco, di quelli che raccontano meglio di tante parole cosa sia stata la sua carriera. Però stavolta, più del record, hanno pesato le parole arrivate dopo.

Djokovic vince, ma il corpo manda segnali

Djokovic ha ammesso che la partita è stata molto difficile dal punto di vista mentale, soprattutto nel primo set, quando non è riuscito a tenere sotto controllo i nervi nei momenti più delicati. Poi il match è cambiato, lui ha iniziato a leggere meglio i movimenti dell’avversario e ha trovato il modo di girarla.

Il problema è che oggi ogni battaglia lascia qualcosa.

Djokovic ha appena compiuto 39 anni e lo ha detto senza fare troppo teatro: con il passare degli anni, vincere partite del genere diventa sempre più difficile. È il tipo di frase che, detta da uno come lui, pesa parecchio.

Il servizio di Mpetshi Perricard e una partita da gestire

Il francese ha messo Djokovic in difficoltà soprattutto con il servizio, definito dal serbo tra i più impressionanti affrontati in carriera per velocità e precisione. E quando uno che ha giocato contro tutti dice una cosa del genere, qualcosa significa.

Djokovic ha spiegato che in certi momenti si può solo aspettare e sperare in un po’ di fortuna. Una frase quasi strana per lui, abituato per anni a sembrare quello che controllava sempre tutto.

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